Un tema che quest’anno scolastico si sta portando all’attenzione dei collegi dei docenti e delle famiglie degli studenti delle scuole superiori della provincia di Parma è quello relativo alla possibilità di attuare in modo generalizzato la cosiddetta «settimana corta».
La possibilità di sviluppare le attività didattiche dal lunedì al venerdì è già stata mesa in atto in molte scuole del primo ciclo e rappresenta per molti aspetti un’idea semplice, ma rivoluzionaria. Concentrare le lezioni e le attività didattiche (ordinarie ed extracurricolari) in cinque giorni presenta alcuni indubbi vantaggi. Anzitutto gli studenti e il personale avrebbero la possibilità di avere ogni settimana due giorni pieni da dedicare al riposo e alla preparazione delle attività didattiche e di studio e, congiuntamente, tale scelta consente agli enti proprietari (Comune, per le scuole del primo ciclo, e Provincia, per quelli del secondo) di risparmiare in termini di spese di riscaldamento, trasporti e manutenzioni. Vista così sembra l’uovo di Colombo, una di quelle cose di cui ci si chiede «perché non lo abbiamo già fatto?», ma la questione, in realtà, è molto più complessa. Lo sviluppo delle lezioni su cinque giorni nella scuola secondaria comporta un enorme aggravio giornaliero per gli studenti e il personale, appesantimento molto variabile tra diversi indirizzi e categorie di scuole. Se infatti per quei bienni liceali che hanno lezioni per ventisette ore si tratterebbe di allungare di un’ora le lezioni in due giorni a settimana, per gli istituti tecnici e professionali che prevedono da ordinamento trentadue ore settimanali, sarebbe necessario svolgere quattro giornate da sei ore e una da otto con rientro pomeridiano. Ciò comporterebbe la necessità di svolgere due intervalli tutte le mattine (sei ore di lezione tutti i giorni sono per gli studenti davvero troppe da sostenere con una sola pausa), più una pausa pranzo con la necessità di fornire agli studenti almeno un luogo dove consumare il pasto. Le giornate potrebbero diventare, soprattutto per gli studenti più a rischio dispersione, eccessivamente pesanti, con probabile aumento degli abbandoni e dei comportamenti devianti dovuti a stress e stanchezza. Inoltre, l’estrema frammentazione dovuta ai ripetuti intervalli (ricreazione e/o pausa pranzo) non sarebbe sicuramente d’aiuto alla concentrazione degli studenti impegnati in complessi apprendimenti. Sarebbe complicato per la scuola organizzare attività extracurricolari, che dovrebbero iniziare troppo tardi, e gli studenti avrebbero difficoltà a frequentare attività extrascolastiche, ad esempio sportive, che hanno inizio molto precoce al pomeriggio. Si restringerebbe enormemente, sia in senso temporale sia sotto il profilo dell’energia e della concentrazione, la possibilità per gli allievi di svolgere i compiti e prepararsi alle prove di verifica. Inoltre, se l’organizzazione didattica non fosse attentamente gestita dall’istituzione scolastica, si potrebbe creare un sovraccarico di compiti e studio nel fine settimana, con conseguente vanificazione di quel maggior tempo di riposo promesso agli studenti (abbiamo tutti in mente le polemiche per i compiti di Pasqua e di Natale). Questi problemi potrebbero, tuttavia, essere in gran parte superati se le scuole fossero autenticamente disposte ad una rivoluzione della didattica che si concentri maggiormente sul lavoro a scuola e riservi a quello domestico solo un ruolo marginale e contenuto. Una didattica basata non sulle conoscenze e sul modello trasmissione-studio, ma su quello, attento agli apprendimenti e alle competenze, basato su compiti autentici e prove di realtà nelle quali gli studenti sono ingaggiati a costruire le conoscenze in modo autonomo e interdisciplinare. Ma siamo sicuri che la scuola, i docenti e le famiglie siano pronti in tempi così brevi (dall’AS 2026/27!) ad una simile innovazione? Non per ultimo vorrei evidenziare che la settimana corta, in una scuola con contratti lavorativi e strutture ideate sulla settimana completa, comporterebbe problemi organizzativi non indifferenti. Ad esempio, le pulizie delle aule in alcuni giorni non sarebbero possibili prima delle 16-16.30 del pomeriggio e, soprattutto in quelle scuole che hanno anche i corsi serali, si creerebbero grossi problemi di gestione del personale ausiliario. Ciò comporterebbe, per esempio, la necessità di organizzare turnazioni al fine di rispettare l’orario massimo giornaliero contrattuale e potrebbe generare difficoltà nella pulizia delle aule e dei servizi da parte del poco personale rimasto in servizio a fine giornata. Inoltre, l’opzione su cinque giorni sarebbe possibile solo a fronte di una totale riprogettazione della rete e degli orari dei trasporti, che dovrebbero diventare pienamente rispondenti alle necessità delle scuole e degli studenti che, in una provincia diffusa ed estesa come la nostra, hanno possibilità di movimento soltanto attraverso i mezzi pubblici.
In conclusione: la settimana corta sarebbe praticabile solo se siamo disposti (istituzioni, enti di trasporto, docenti, personale scolastico, dirigenti, studenti e famiglie) ad una enorme rivoluzione organizzativa e didattica, altrimenti tale scelta potrebbe generare vantaggi per alcuni e sovraccaricare, invece, gli unici autentici soggetti della scuola: gli studenti.
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