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L’Italia è, come noto, un paese in cui la pressione fiscale è particolarmente elevata rispetto alla media europea. Infatti, coloro che percepiscono uno stipendio – oppure la pensione di vecchiaia – hanno spesso difficoltà nell’affrontare le spese di ogni giorno. Ne discende che il sogno di moltissimi italiani è pagare meno tasse sul reddito, aumentando così le sostanze economiche a propria disposizione e, di conseguenza, anche il proprio potere di acquisto.

Normalmente, per ridurre l’ammontare delle imposte da pagare, i contribuenti ricorrono alle detrazioni. Tuttavia, un’altra possibilità consiste nell’abbassamento del reddito imponibile in base al quale vengono calcolate le imposte.

Vediamo, quindi, in cosa consistono questi due metodi e quali sono i benefici derivanti dal loro impiego.

Il metodo maggiormente impiegato è proprio quello delle detrazioni per ridurre l’importo dell’Irpef. In questo modo, le detrazioni si sottraggono direttamente dal totale dell’imposta dovuta.

Facciamo quindi un esempio: per il 2023 si deve versare un’Irpef pari a 7.800 euro, ma si ha anche diritto a 1.950 euro di detrazioni (considerando spese sanitarie, di istruzione, funebri, per lavori edilizi realizzati sulla casa, per interessi passivi del mutuo). L’imposta da versare passa, quindi, a 5.850 euro.

Quanto invece a dipendenti e pensionati, questi ultimi percepiranno un rimborso. Ciò accade poiché, per tali soggetti, l’IRPEF viene già trattenuta mensilmente dalla busta paga o dalla pensione.

Meno impiegato, invece, è il metodo della deduzione. Con questo metodo non si agisce direttamente sulle imposte da pagare, bensì sul reddito sul quale le imposte stesse vengono calcolate.

Nonostante lo scarso impiego, è uno strumento particolarmente vantaggioso per i contribuenti, in quanto gli stessi da un lato hanno la possibilità di pagare imposte più basse, dall’altro accedono ad uno scaglione di reddito più basso, con conseguente applicazione di un’aliquota Irpef più bassa.

A titolo meramente esemplificativo, si fornisce una lista delle deduzioni, che comprende i seguenti costi sostenuti:

  • contributi previdenziali e assistenziali;
  • contributi e premi derivanti da forme pensionistiche complementari e individuali;
  • assegni periodici corrisposti all’ex coniuge;
  • contributi previdenziali per gli addetti ai servizi domestici e familiari;
  • contributi ed erogazioni a favore di istituzioni religiose;
  • spese mediche e di assistenza specifica per le persone con disabilità;
  • contributi versati ai fondi integrativi del Servizio Sanitario Nazionale;
  • contributi alle ONG riconosciute idonee che operano con i paesi in via di sviluppo;
  • le varie forme di erogazioni liberali.

Vediamo quindi come operano, nella pratica, le deduzioni.

Un lavoratore dipendente ha un reddito complessivo lordo di 37.000 euro. Ha contribuito al fondo pensione con 4.500 euro (importo interamente deducibile) e ha riscattato un anno di studi universitari ai fini pensionistici per una spesa totale, pagata in un’unica soluzione, di 6.500 euro.

La spesa deducibile sostenuta, di 11.000 euro, viene sottratta dal suo reddito complessivo lordo e le tasse, invece di essere calcolate su 37.000 euro, sono calcolate su 26.000 euro. Quanto risparmia?

Senza la deduzione, l’Irpef da versare sarebbe calcolata così:

• il 23% di 28.000 euro, pari a 6.440 euro;

• il 35% di 9.000 euro, pari a 3.150 euro.

Quindi. senza deduzione, l’imposta lorda sarebbe pari a 9.590 euro.

Con la deduzione, l’imposta si calcola su 26.000 euro ed è pari al 23% di questa cifra, cioè 5.980 euro, con un risparmio di oltre 3.600 euro. Questo esempio mostra che non solo si riduce il reddito su cui si calcolano le tasse, ma la deduzione evita anche l’applicazione dell’aliquota del 35% sull’eccedenza dei 28.000 euro (dato che, dedotte le spese, il reddito non supera più questo importo).



 

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